La crisi della scuola nel mondo

Da meditare, l’ articolo di Moises Naim, comparso sul “Il Sole 24 Ore” di domenica 18 ottobre scorso e dal titolo “Educazione disastrata la peggiore delle crisi”.

Vi si tratta “dell’altra crisi mondiale”, quella a cui si presta poca attenzione e molte dichiarazioni di principio e che si manifesta in una generale perdita di efficacia dei sistemi scolastici ed educativi dell’occidente. Parlando degli Stati Uniti, Naim fa bene a sottolineare che non è solo questione di accrescere gli investimenti nel settore, dato che nel venticinquennio 1980-2005 tali investimenti sono aumentati di oltre il 70% (sempre negli USA) senza per questo riuscire ad arrestare il declino nell’apprendimento delle conoscenze di base in tutti i settori disciplinari.

In Europa, addirittura, a fronte di un aumento della spesa per l’istruzione si è rilevato, tra il 2000 e il 2006, un declino della literacy e della numeracy (leggere, scrivere e far di conto, per dirla all’italiana) in numerosi paesi ricchi (Finlandia esclusa).

Nel nostro continente c’è poi un ulteriore elemento aggravante: mentre negli Stati Uniti il livello superiore dell’istruzione, universitario, resta eccellente, da noi in Europa anche questo declina (tra le prime 100 al mondo vi sono solo tre università francesi).

Stesso quadro nei paesi, come si diceva un tempo, “in via di sviluppo”, nonostante le risorse proporzionalmente ingenti profuse. E tutto ciò mentre in tutte le sedi si indica l’istruzione come l’unico argine all’emarginazione, alla violenza urbana, alla povertà, alla corruzione. Non c’è candidato politico in tutto il globo che non dichiari solennemente di voler fare di più – con l’unica eccezione forse del primo ministro di Singapore, citato da Naim, dove a minori investimenti in campo scolastico corrispondono migliori risultati!

Le soluzioni proposte e attuate sono e sono state le più numerose e le più diverse: aumento dei computers e dei laboratori, meno studenti per classe, docenti meglio pagati, più autonomia degli istituti oppure  maggiore centralizzazione del sistema, aumento o riduzione del tempo-scuola e così via. I risultati appaiono comunque e dovunque deludenti.

Come “deludente” è la chiusa dell’articolo, che non fornisce alcuna prospettiva, se non quella di “pregare che le soluzioni alla crisi finanziaria siano più efficaci di quelle che il mondo ha finora proposto per la sua crisi educativa.”

Il contributo di Moses Naim resta interessante perché toglie il problema della scuola e dell’educazione delle giovani generazioni dal ristretto orizzonte nazionale, su cui lo schiaccia spesso la minuta cronaca politica, per proiettarlo a scala globale.

In Italia le cose non vanno, ma non siamo soli a condividere questa grave criticità. Dunque, mal comune mezzo gaudio? Quali le ragioni di questo smacco planetario?

Tento una riflessione personale, molto schematica:

  1. - quanto sta accadendo ai sistemi educativi occidentali non è accidentale, ma interno ad una logica e a una cultura mercatista, divenuta egemone a danno della politica soprattutto in quest’ultimo quarto di secolo;
  2. – l’abbassamento generale dei livelli dell’istruzione, nonostante gli alti lai che si levano un po’ dappertutto, è purtroppo coerente con gli esiti che ha assunto il fenomeno grandioso e positivo dell’alfabetizzazione di massa, la scommessa parzialmente perduta da chi ne voleva fare un fulcro di emancipazione e non una mera dilatazione della platea di potenziali consumatori;
  3. – i consumatori in quanto tali non hanno bisogno di una cultura critica, ma solo di quel tanto che serve loro per leggere le etichette dei prodotti sui banchi dei supermercati, per interpretare – non sub limine ! – i messaggi pubblicitari, per godere degli spettacoli di intrattenimento televisivi;
  4. –la scuola di massa così realizzata non ha intaccato il meccanismo di formazione delle élites ; al contrario, per molti versi lo ha reso meno democratico in quanto una scuola mediocre, pur se in linea di principio estesa a tutti, fa male a chi vuole crescere e raggiungere status diversi e migliori rispetto alle posizioni di partenza, mentre favorisce l’immobilismo sociale e la selezione per censo.
  5. - i paesi più avanzati sembrano puntare essenzialmente a creare centri di eccellenza e di iperspecializzazione (vedi le università statunitensi, “nutrite” dalle élites studentesche di tutto il mondo);
  6. – le élites, ormai da tempo, non iniziano più a formarsi nel segmento superiore dell’istruzione media, come accadeva da noi un tempo con i licei classico e scientifico. Quel segmento è diventato un modello “generalista”,  un contenitore incaricato di “accogliere” i giovani, tenendoli lontani da un sano principio di realtà ed educandoli ad una virtualità che rischia di essere la loro dimensione esistenziale prevalente;
  7. –Un’Europa che resta centro economico ma che sta diventando periferia politica del globo, difficilmente riuscirà a trovare nel medio periodo le risorse per reagire. Come è accaduto in altre epoche, il fiume della storia sta passando altrove – Cina, India, America del sud.
  8. – Alla scuola italiana ed europea non resta che ritrovare un suo ruolo nella rinnovata attenzione alla persona – che non è una “risorsa umana”! – protagonista del dialogo educativo, abbandonando ogni salvifica speranza in formule e ricette pedagogiche parascientifiche, ricche di tecnicalità, ma spesso labili nei contenuti, oppure nella ricerca di nuove onnicomprensive architetture di sistema (le Riforme).

Ricominciando da lì, forse, la scuola potrà contribuire a tessere di nuovo la tela di una crescita che non dimentichi il perché del progresso.

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