16 ottobre 1943: la Memoria e il Perdono

Pubblico qui di seguito la riflessione che Nando Tagliacozzo ha lasciato “agli amici dell’Aristofane” in occasione dei tre incontri che ha tenuto qui da noi con i ragazzi delle ultime classi per ricordare la razzia nazifascista del 16 ottobre del ’43 a Roma.

A proposito di perdono

di Nando Tagliacozzo

 Quando vado nelle scuole a raccontare questo pezzo di storia, legandolo alle vicende personali e della mia famiglia, e facendo nello stesso tempo `testimonianza’, spesso mi sento chiedere se ho perdonato.

La domanda mi viene posta non solo in modo chiaro e diretto: “Tu hai perdonato quelli che hanno ucciso tuo padre e tua sorella? ” , ma anche in modo, per così dire, trasversa­le. “Che cosa pensi dei tedeschi ? ” Oppure: “Che cosa provi verso i tedeschi ? ” o an­che: ” Che cosa provi quando vedi quelle scritte, quei simboli sui muri ? “

A parte il fatto che la cosa non è così semplice, e su questo dirò qualche cosa dopo, ri­spondo spesso raccontando un episodio che ripercorre tutti i documenti che avete visto.

II 16 ottobre 1943 sono stati deportati mia sorella, mia nonna e mio zio, qualche me­se dopo è stato deportato anche mio padre: per una delazione.

Avete visto i documenti in proposito.

Ebbene, mia madre sapeva chi aveva denunciato mio padre. Eppure quel nome non lo ha mai detto: né a mio fratello né a me. Non solo. In quei giorni bui che hanno seguito la liberazione, qualcuno le ha chiesto se voleva che in qualche modo “si provvedesseal riguardo.

E mia madre, così ci ha raccontato, ha detto che no, non c’era niente da provvedere.

Chiedo a voi: era quello un perdono ? E se non era un perdono che cosa era ? Ipotesi se ne possono fare tante.

A cominciare dalla considerazione che forse in quel momento, nei giorni immediatamen­te successivi alla liberazione, ancora non sapesse come erano andate a finire le cose, e quindi ignorasse ancora .la dimensione dell’offesa ricevuta. O anche, successivamente, che forse era il modo migliore per proteggere noi figli da qualsiasi possibile `reazione”. Resta comunque un utile esercizio di morale , e/o di psicologia, quello che vi lascio chiedendo a voi di rispondere.

Però, a proposito di perdono, oggi tanto, troppo di moda, vorrei aggiungere alcune rifles­sioni.      ‘

Il meccanismo del perdono, perché non sia una vuota esercitazione retorica, e ambi­guo, se non addirittura disonesto artificio per accattare meriti a basso costo, si riferisce ad un certo schema e richiede una certa “procedura”. Presuppone infatti che qualcuno abbia `offeso’ (danneggiato) qualcun altro e che, riconosciuta la colpa, e pentitosene, chieda perdono. Ma….

Il perdono presuppone, così mi è stato insegnato e così credo fermamente, due pas­saggi preliminari da parte chi ha offeso verso chi è stato offeso: prima il `risarcimento’, qualsiasi cosa voglia intendersi con questo termine, e dopo il `pentimento’. Si può anche invertire, anzi è probabile che la successione sia proprio questa: prima il pentimento e poi il risarcimento. Solo dopo, dopo il pentimento e dopo il risarcimento, può esserci una `richiesta’ di perdono.

Di questi tre momenti – pentimento, risarcimento e richiesta di perdono – ce ne è uno che suona strano, per certi versi appare addirittura fuori posto: il risarcimento. Forse è la parola stessa che evoca altri concetti, eppure, per quanto abbia cercato altra parola, ed al­tro concetto, non l’ho trovato.

 Insisto, a costo di ripetermi, anche la semplice richiesta di perdono non può venire che dopo il pentimento e dopo il risarcimento. In mancanza di questi primi due passi non può esserci nemmeno la richiesta di perdono. Da notare, ed evidenziare, che resta a chi è stato offeso la prerogativa di perdonare o meno. E noto, e sottolineo, che se per caso l’offeso decidesse di non perdonare il mondo andrebbe avanti lo stesso: l’offeso con la sua convinzione che per l’offesa ricevuta non può esserci perdono e colui che ha offeso facendo costantemente, ammesso che questo pensiero sia così ricorrente nei suoi pensie­ri, i conti con la propria coscienza. Alcuni lo chiamano rimorso.

Attenzione, vale la pena notarlo e sottolinearlo, stiamo parlando di perdono da un punto di vista etico e morale: la giustizia, il meccanismo legale, l’eventuale processo stanno da un’altra parte, su un altro piano di logica e di emozione: sono indipendenti dai ragionamenti che stiamo sviluppando in questa sede.

Il risarcimento è talora impossibile, e questo è il caso in questione, perché nessuno può rendere la vita a chi gli è stata tolta.

Ancora da notare, ed evidenziare nel discutere su questo tema, che il perdono lo conce­de, e può concederlo, e questa è una condizione estremamente importante, solo colui che è stato offeso. Non credo si possa perdonare `per conto terzi’, non è possibile, non ha senso.

E tornando al caso in questione, al mio caso personale, che dire ?

Quanto al pentimento mi sembra proprio difficile dire che ci sia stato da parte di tutti quelli che allora perpetrarono quei delitti; e se non di tutti almeno di buona parte. E que­sto senza entrare nel merito della richiesta di perdono, che io non ho certamente ricevuta, da parte di nessuno. E allora ? Come… perché perdonare ?

E poi, ammesso che… , dovrei perdonare per conto di … mia sorella, di mio padre di mia nonna… per quello che è stato fatto a loro? Credete sia possibile ? E sarebbe autenti­co???

O debbo perdonare per quello che è stato fatto a me? Per essere cresciuto senza un padre, senza una sorella, senza una nonna…

Mi sorge talvolta il dubbio – forse più di un dubbio, quasi una certezza – che questa ma­nia di perdono, questo eccesso di richieste di perdono, in tutti i modi e in tutte le forme e da parte un po’ di tutti, costituisca solo un gioco mediatico di grande impatto e di gran­de emozione, e di grande `ritorno’, ma di nessun significato e, soprattutto, di nessun `co­sto ‘ per chi lo chiede. E che, alla fine, al contrario, mette sotto accusa l’offeso facendolo apparire intransigente e poco generoso, anzi quasi … colpevole. Mi sembra, al contra­rio, che chi chiede perdono, se veramente ci tenesse, dovrebbe farlo nel modo più discre­to possibile… e direttamente all’interessato.

Mi emoziona Perlasca, scoperto quasi per caso quarant’anni dopo, e mi commuove la sua risposta, quasi sussurrata, da me sentita in una intervista televisiva di grande impatto emotivo : ” E voi che avreste fatto… ? ” . L’ho sentito in diretta in un’intervista televisi­va

Mi infastidisce invece la richiesta di perdono esibita, sbandierata, televisionata, pro­grammata in precedenza, quasi a pretenderlo il perdono, a ritenere che sia dovuto…

 E non lo è per niente. Anzi. Questo esibire la richiesta di perdono senza aver compiuto nessuno degli altri passi detti prima – il pentimento ed il risarcimento – offende ancora una volta l’offeso e squalifica chi richiede il perdono.

E quando prima ho parlato di costo, è bene chiarire ancora, ed ulteriormente, costo si­gnifica per me impegno per il futuro, emozione personale, cambiamento intimo …. e pa­lese nei comportamenti quotidiani correnti.

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