Voglio qui riportare un brano tratto dall’Appendice de “I Sanssossi” di Augusto Monti, professore di liceo torinese nei tardi anni ’20, autore del più bel libro che sia stato scritto sulla scuola italiana, “I miei conti con la scuola”, Einaudi 1963.
Il brano mi è stato segnalato dall’amico matematico Sandro Verra, che ringrazio. Spero possa offrire a chi lo leggerà utili spunti di meditazione, nella consapevolezza di quanto oggi sia ampio lo iato che ci separa da quella scuola, da quei maestri, da quegli allievi.
“Quanti sono, a Torino, a Brescia, e chissà dove, i giovani ai quali Monti è stato in questo modo “Papà”, da quella cattedra di liceo dove era il più temibile e il più affascinante dei professori di letteratura italiana?
Siamo una confraternita di gente per cui essersi scontrati in quell’uomo e nel suo insegnamento, vuol dire averne riportato un’impronta che non si cancella, vuol dire essere diventati tali e non altri, esserci così e così comportati, avere assunto quelle tali responsabilità, in quel modo essersi schierati. Si capitava sotto la sua ferula finito il ginnasio, tra i 14 ed i 16 anni, un groppo indistinto d’aspirazioni confuse e d’inclinazioni malsicure, ed egli in tre anni quel gnocchetto di materia umana ancor tutta malleabile te lo formava e ti sortiva di là, da quel liceo, ch’eri un piccolo uomo, con la tua via davanti, con le tue convinzioni, con la tua bussola, armato e pronto per il viaggio.
Una confraternita, dunque, gli allievi di Monti. (…)
Gli capitavamo tra le mani, dunque, appena emessi dal ginnasio, e lì per lì ci sbigottiva con la severità soldatesca dei modi e la fierezza del cipiglio dietro le lenti spesse da miope: un volto duro, tormentato, scavato da rughe profonde, un volto da “riformatore”, da persona a cui non piace il mondo così com’è, ma non ha nessuna intenzione di limitarsi a deplorazioni e piagnistei, bensì, a questo mondo, è fermamente decisa a cambiar la faccia.
Erano gli anni che le ultime resistenze crollavano davanti al fascismo, e non c’era mattina che prima d’entrare in classe Monti non si fosse letto nel “Corriere della Sera” la sua razione quotidiana di notizie spiacevoli: Matteotti, il 3 gennaio, Amendola, Gobetti, a Torino le leggiadre imprese di De Vecchi e Brandimarte.
Ma di queste cose noi non si sapeva nulla; a noi risultava soltanto che il professore d’italiano aveva sempre i nervi. Guai se sentisse un bisbiglio in classe: certi colpi batteva sulla cattedra, che nessuno capiva come riuscisse a restare impassibile, col male che doveva farsi alle nocche. E se per caso, durante la lezione, avvertiva il rumore d’un temperino che cautamente tagliasse le pagine di un libro ( – Chi poteva immaginare, accidenti! Che avrebbe cominciato dalla fine? -), apriti cielo! Avevi finito di far bene.
Ma la scuola di Monti non tardava ad aprirsi in due settori ben distinti: le ore in cui “interrogava”, ed erano per i più – e pure per lui – l’inferno, che non si sapeva mai cosa diavolo volesse, certe domande ti faceva che nessun libro ne forniva la risposta, e se tu recitavi appuntino la lezione – biografia dell’autore, elenco delle opere e “giudizio”- lui ti ascoltava con una faccia come se gli stessi narrando di sua madre le peggiori infamie, e poi magari ti concedeva il sei, la sospirata sufficienza, ma con un sospiro di sopportazione, che tanto valeva ti dicesse in faccia quello che pensava: che sangue da una rapa non se ne può cavare.
Ma c’erano, e ben più numerose, le ore in cui Monti “spiegava”: ed erano il paradiso. La lezione culminava sempre nella lettura del testo; inquadramento storico, analisi stilistica, commento critico e spiegazione letterale dei passi difficili, tutto era semplicemente un aprire la strada e rimuovere ostacoli, perché avvenisse, alla fine della lezione, l’epifania, perché la lettura facesse la prova del nove di tutto quanto era stato spiegato, e quelle pagine che fino a poco prima t’erano parse magari nient’altro che un noioso vecchiume, si animassero meravigliosamente vive, giovani, ilari, entusiasmanti. (…)
Monti a legger Dante, Boccaccio, Machiavelli, Ariosto, Manzoni: che teatro!
Quell’uomo così arcigno, all’aspetto, si faceva presto a scoprire ch’era l’uomo più divertente della terra, e c’era davvero chi, malato, si alzava da letto per non perdere l’ora in cui Monti spiegava e leggeva il settimanale canto di Dante.
Quella scoperta dei classici, che in genere si fa per conto proprio dieci, venti, trent’anni dopo la scuola, quando d’essere un arnese di scuola i classici, appunto, hanno cessato, Monti te la faceva far lì, seduta stante, con un insegnamento che ripristinava la vita in tutte quelle cose che la scuola tende a imbalsamare.
Era la scuola della riforma Gentile: analisi estetiche, molto spirito e poca lettera, gran discorrere di “mondo poetico” e pazienza se non sai la data precisa della nascita di Ludovico Ariosto; puoi sempre andartela a vedere sul libro di testo o su un’enciclopedia, ma quell’altro la scuola ti deve apprendere – a leggere l’Ariosto , a gustare l’Orlando e le Satire, l’Ariosto sapere che è, – ché se tutto ciò non lo impari direttamente da quelle ottave e da quelle terzine, attraverso la parola del maestro, nessun libro te lo potrà insegnare mai più.(…)
Immanenza: la somma dell’insegnamento di Monti.(…)
E guai se in classe, nell’ora di italiano, quando “spiegava”, Monti cogliesse qualche sgobbone che, la testa china sul banco, vergando all’impazzata la matita su un foglio, cercasse di quelle meravigliose spiegazioni, di fermare qualcosa per iscritto.
- Cosa fai, tu? cosa scrivi?
- Prendevo appunti…
- Porta qua.
Tric, trac, il foglio lacerato sulla faccia, i pezzi nel cestino, e il solito sermone, duro, severo, che se l’avesse sorpreso a giocare a tre sette col compagno di banco, non sarebbe stato tanto: – Non son cose da imparare a memoria, queste. Apri le orecchie. E il cervello, se l’hai. Poi rileggiti il testo, e ascolta quello che dice. Non c’è altro. Torna a posto.
Ed era tutto così, a quella scuola, tutto ottenuto per vie che parevano indirette, e non erano. Tutto la negazione di quella bestialissima, fra le più bestiali invenzioni moderne, che è la propaganda. Idealismo involontario. Antifascismo involontario. In tre anni di quella scuola – e che anni! 1924-1927- mai che da quella cattedra una parola di “politica” si sia sentita cadere, se non fosse la politica del De Monarchia, del Principe, degli Ultimi casi di Romagna. Mai sentito la parola fascismo: Mussolini, De Vecchi, Gobetti, Amendola, Matteotti, nomi che mai si sentirono suonare in quell’aula.
Tu uscivi, da quel liceo, che manco sapevi qual governo ci fosse nel tuo paese. Ma tanti piccoli Bruti, si usciva, tanti odiator di tiranni, e pronti a mordere, ad azzannare, ed abili, alla prima occhiata che si desse fuor del nido, a riconoscere subito il marcio dove stava, e incapaci di chiuderci un occhio e farci l’abitudine. Macchè: scomodi, duri, angolosi, tutto prender di petto, compromessi niente, “pensa a’ famiglia” niente, “e chi te lo fa fa” niente.
Di fronte a quei risultati Monti stesso rimaneva esterrefatto e costernato, e quando i suoi pulcini li vide filare, come montoni di Panurgo, chi al confino, chi nelle brigate internazionali di Spagna, chi in galera ( e naturalmente ci tirarono pure lui), si mise le mani nei capelli e cominciava perfino a giustificarsi e a tentare uno scarico di responsabilità.
- Mi dovete dar atto, che io in classe, di politica, mai una parola vi ho detto.
- Ma no; professore! Mai una parola. Cosa le viene in mente? Lei non c’entra. Ci lasci fare. Siamo noi che siamo fatti così.
Combinazione, tutti a quel modo erano fatti, di quell’Atlante, i Ruggeri.”
Ogni tanto torno a leggere gli articoli del blog, sapendo di trovarci puntualmente argomenti e opinioni stimolanti.
E infatti anche questa segnalazione preziosa ha rinvigorito pensieri e sentimenti, al punto da sentire l’urgenza di scrivere. Tuttavia sulla figura di Augusto Monti non so esprimere, oltre all’ammirazione, alcun altro giudizio, perché temo di cadere se non nella retorica, certamente nell’enfasi.
D’altra parte il profilo è esauriente e netto; e, almeno in me, suscita un’emozione fortissima, forse perché in più tratti richiama alla mente qualche docente di cui sono stata fortunata allieva.
Con la garbata eleganza che gli è usuale, il Preside segnala un ampio iato. Cedendo invece all’impulso di un facile sarcasmo, si potrebbe affermare che per descrivere il modus operandi e la qualità media di tanta nostra scuola, si deve portare al presente il tempo dei verbi e premettere un secco “non” davanti al predicato di ciascuna delle proposizioni principali.
Stando alla testimonianza:
• la spiegazione consisteva nell’”aprire la strada e rimuovere ostacoli”, perché l’oggetto del dire fosse giustificato, perciò reso manifesto nell’intera trama delle sue relazioni, e – soprattutto – perché “la lettura facesse la prova del nove di tutto quanto era stato spiegato”
• l’insegnamento restituiva ragioni di interesse a “ tutte quelle cose che la scuola tende a imbalsamare”;
• la lezione procedeva “ per vie che parevano indirette, e non erano”;
• gli alunni sono usciti dal liceo con le loro “convinzioni”, dotati della loro “ bussola”, del tutto preparati al “viaggio”;
• gli studenti usciti da quel triennio erano “abili, alla prima occhiata che si desse fuor del nido, a riconoscere subito il marcio dove stava, e incapaci di chiuderci un occhio e farci l’abitudine”.
Aprire la strada e rimuovere ostacoli; metafora efficacissima e sintesi lapidaria di un modo di insegnare che sembra non servire più tanto: quantità industriali di inchiostro dissipate per questionari di comprensione, per analisi guidate, per proposte di lavoro più di qualche volta cerebrali, adesso sollevano spesso insegnanti e studenti dalla fatica ( o negano ad essi il gusto? ) di ragionare insieme a voce alta con lo scopo di stanare l’apparente contraddizione o di far affiorare, passaggio dopo passaggio, il nesso implicito che tutto tiene; in una parola sollevano dalla fatica (o negano il gusto) di mettere e mettersi alla prova circa “la serietà dello scopo, la tenacia dei mezzi, la risolutezza accompagnata con la disciplina e con la pazienza”, attitudini tutte di cui già da gran tempo ci ha resi edotti Francesco De Sanctis (v.si Archivio di settembre 2010 di questo blog).
Perciò alla fine delle lezioni, di prove del nove nessuno sente l’esigenza, neanche chi dovrebbe averne contezza.
Stesso effetto, solo peggiorato dalla eccessiva volatilità della cosiddetta Unità Didattica, si ha quando si privilegia la modalità prevalentemente orale ( credo la si chiami ancora lezione dialogica o dialogata) ricorrendo all’esercizio di vuota sofistica e propinando al contempo – è successo anche questo! – dispense universitarie a studenti che, appena messo piede al triennio, si avvicinano per la prima volta ad una disciplina nuova.
Insomma, a mio avviso, là si ragionava per un fine, qui ci si limita ad esporre, quando non a ripetere stancamente. E siccome nel frattempo abbiamo anche annacquato la memorizzazione, durante le interrogazio-
ni l’inferno che si para davanti, per la tipologia delle risposte come
delle domande, è ben più infuocato di quello sperimentato dagli allievi
del prof. Monti.
Quando si sopravvive in questo modo, non è impossibile ipotizzare che, ben lungi dal manzoniano richiamare in vita, passare in rassegna e schierare di nuovo in battaglia le cose del passato, la scuola possa imbalsamare anche quelle del presente.
E così in un sol colpo si ottengono due risultati: rendere nozionistica la conoscenza del presente e affievolire il sentimento dell’identità culturale.
Le vie che parevano ma non erano indirette; in quell’aula accadeva di essere educati ai valori del vivere civile da un professore che, uomo all’apparenza arcigno, diventava l’uomo più divertente – e, secondo me, divertito – della terra quando illustrava i valori della letteratura. Per quale ragione si poteva realizzare, senza accenno alcuno al presente, un legame diretto e incisivo tra universi così chiaramente distinti come sono la società contemporanea e la letteratura del passato? Forse perché quel Professore, mentre ignorava le scorciatoie della captatio benevolentiae, si curava invece dei moti che l’αίσθησις poteva ingene-
rare nell’animo dei suoi alunni? Ecco, a me pare che le azioni del per-
cepire e del sentire, che nell’αισθάνομαι sono accomunate, ora sono scisse e che nella prassi didattica si opera spesso come se il dominio della percezione si fosse dilatato in modo abnorme, a tutto danno del-
la sfera del sentire, ora derubricata a quasi unica fonte del disagio adolescenziale. Alla lettura di ciò che in questa sfera si muove, quando si può, si riservano le parole dello psicologismo.
E, allontanandomi un momento dal tema centrale, una chiosa sulla propaganda, prepotentemente tornata alla ribalta. A me sembra che oltre alla forma più nota, quella sguaiata e sdrucita della paccottiglia ideologica di cifra dichiarata, nelle nostre scuole da gran tempo è radicata una forma altrettanto ideologica ma meno strillata, la quale, intessuta delle opportune stereotipie e di frasi solo all’apparenza moderate, con la sua mediocrità continua a veleggiare a fianco della prima. E’ certo che, così appaiate, le due forme competono tra loro e
si contendono le vittime senza esclusione di colpi.
Riusciamo ad immaginare quale sia il messaggio formativo che arriva ai destinatari e quanto vano/dannoso sia il risultato pedagogico che ne deriva, se, per esempio, le due forme si annidano nello stesso C.d.c?
Venendo agli studenti, convinzioni e bussole sono merce che, a mio avviso, scarseggia sul mercato. un po’ per merito degli studenti, dei loro professori , dei nostri politici e dei nostri burocrati ministeriali, ma altrettanto forse per merito dei genitori. Mi permetto un aneddoto personale. All’ultimo giro di colloqui prima dell’esame di maturità di mio figlio, ad una degli insegnanti chiesi quale persona, secondo lei, stesse per uscire dal liceo. Con un sorriso che io ho interpretato come di grato rasserenamento, la risposta fu un’altra domanda: da quale pianeta (o: da dove; non ricordo più) viene? Qui i genitori si preoccupano di altro!
Non mi ha incuriosito allora né mi incuriosisce ora sapere di cosa fosse sostanziato quell’“altro”, sono invece rimasta stupita dello stupore suscitato. Ma per un genitore che non voglia il figlio risucchiato dall’omologazione (ai gradi alti o bassi della tassonomia valoriale dominante), quale cosa è più importante che quella di capire se il ragazzo alla fine del liceo si è costruita o se sta almeno ultimando una sua bussola personale? se qualche “impronta che non si cancella” è rimasta stampata nel suo animo?
Certo, in un Paese che ha trasformato i suoi cittadini in soci di corporazioni e che è incastonato nell’ Europa dei banchieri, l’esame di realtà ci dice che si deve essere sciocchi e illusi a preoccuparsi di bussole e impronte. E quelli dei nostri ragazzi più avvertiti, che per scelta non vogliono o per necessità non possono godere della tutela familistica, sanno che in questo Paese l’itinerario del viaggio molto spesso prevede tappe e percorsi scritti sulla sabbia. Perciò ci vuol tutta a mantenere la voglia di viaggiare.
La protesta giovanile e studentesca ci dice che anche le odierne giovani generazioni dimostrano una certa abilità se non nel riconoscere almeno nel cercare e denunciare il marcio e nell’organizzare periodiche, com-
battive e colorate manifestazioni. Però mi sembra che – anche, ma non solo a causa della ottusa sordità delle corporazioni – quando i nostri giovani devono muoversi come singoli individui perdono la forza di chie-
dere quello che con giusta ragione sanno pretendere quando sono in
gruppo. Paura del futuro? Certo, ma, io credo, anche fragilità provocata dall’ affievolimento dell’ identità culturale.
Al di là di tutti i discorsi, il futuro dei giovani è sempre nelle mani della famiglia di provenienza, ma se la gran parte della gente di scuola conti-
nua a coltivare l’ autoreferenzialità, il risultato non potrà non essere il progressivo abbassamento del livello culturale del Paese.
E il degrado culturale – lo sperimentiamo già – non fa sconti a nessuno.
irene
Gentile Signora Irene,
ho atteso a lungo prima di risponderle, nella speranza che un qualche focherello di discussione si accendesse. Come può constatare, il blog suscita sempre minore interesse e visite sempre più rare. La colpa è della mia imperizia a manovrare uno strumento come questo usando i tempi (lenti) della scrittura su carta. Pare invece che bisognerebbe scrivere e intervenire tutti i giorni, dicendo di tutto su tutto.
Temo proprio di non essere all’altezza.
Tornando alle sue complesse osservazioni, sempre profonde e sempre inattuali – come la sua ultima, indiscreta richiesta al professore al termine del percorso di studio di suo figlio – sono lieto che anche lei condiva la mia opinione circa la straordinaria valenza per l’oggi di quelle antiche frasi. Se le si potesse coniugare con il presente della nostra scuola, quanti milioni di inutili parole in meno e quanto tempo in più per lo studio – quello vero, che rimuove ostacoli e apre nuove strade alla libera crescita di ciascuno!
Alla prossima riflessione, dunque e grazie per la fedeltà.
Non ho avuto il tempo di leggere tutta la discussione, che tra l’altro fa riferimento a fatti che non conosco. Intervengo solo per dire la mia sulla riuscita del blog…
I lettori del blog sono pochi, ma è anche vero che i contenuti richiedono un tasso di attenzione più alto rispetto alla media, e sono frutto di riflessioni e approfondimenti non “fruibili” immediatamente dal lettore medio. Non ricordo dove ho letto che in media un utente Internet permane su una stessa pagina web più o meno una decina di secondi.
In secondo luogo il blog è poco “pubblicizzato” sul sito, e ricordo che questa scelta fu fatta deliberatamente, per evitare di dare l’impressione di voler mettere in risalto la personalità del preside, in altre parole “creare un personaggio”.
In ogni caso l’imperizia non c’entra affatto.
Nell’ambito della generale ristrutturazione del sito web, potremmo pensare a un ruolo più di primo piano per il blog del Preside, più visibile, che parli a più persone senza comunque cadere nel goffo tentativo di far diventare una “pop star” il preside di una scuola superiore! Penso ad esempio ad aggiungere in home, oltre alle ultime news, gli ultimi interventi sul blog del preside. Questo va a braccetto con il nuovo progetto di home page che abbiamo in cantiere, ed è un’idea piccola che però centuplica i potenziali visitatori del blog, senza livellare verso il basso i contenuti.
Sono certo che la scarsa pubblicità sia solo uno dei motivi dello scarso successo. L’iniziativa sull’autovalutazione era stata ampiamente pubblicizzata, non mi risulta che la partecipazione abbia fatto riscontrare picchi elevati…
Mi pare invece buona l’idea di mettere in risalto il blog sul sito della scuola, non vedo rischi per la figura del preside, tutt’altro.
Non mi farei però troppe illusioni. Parliamoci chiaro, rispondere su questo o su altri blog richiede una serie di passaggi che fanno fuori una parte della varia umanità che popola l’Aristofane. Non è un’offesa ma una semplice constatazione; c’è poi chi, come me, supera le difficoltà tecniche ma non ha la possibilità di sostenere una discussione ai livelli che vediamo qui e sui temi proposti. Per rispondere a Irene: qualche cervello passa da queste parti, forse non è attrezzato…
Sto riflettendo sulle Spigolature montiane, ma non posso non dare la precedenza a Michele.
Intanto, non avevo alcun dubbio che gli articoli del blog venissero intercettati da qualche cervello e sono davvero contenta che sia restata traccia del passaggio, anzi dei passaggi, ben due……; non posso non aggiungere che il tuo, ma soprattutto la traccia di esso continua a rimanere un unicum, quando si consideri la collocazione che hai all’interno del liceo! Ma vorrei ragionare sull’attrezzatura e sciogliere il dubbio introdotto dal “forse” finale.
Non so come interpretare: è una spiritosa autoironia (e però, da quello che so e che valuto dei tuoi interventi mi pare certo che non a te manchino gli strumenti )? O è un modo leggero per dire che qui si pecca di un intellettualismo che non coinvolge? Oppure è una neutra supposizione? Mi sembra importante arrivare insieme a questo chiarimento perché ne potrebbero emergere indicazioni utili per parlare a e con più persone.
Penso tuttavia che la scelta dei temi sia quella giusta; ciò che da parte mia potrò concedere è di essere meno logorroica e di arginare il fiume in piena che divento quando si tratta di scuola. Mi rafforza in questa decisione anche il dato fornito dal Webmaster sulla permanenza di un utente sulla stessa pagina.
Quanto all’autovalutazione on-line mi sembra che il numero dei genitori, anche se non ha toccato picchi stupefacenti, anno dopo si sia consolidato; forse (qui si spiega la tirata sul tuo, di forse; in questo caso io lo uso al 50% per esprimere un dubbio e al 50% per fare …. ironia) varia di poco o in peggio quello dei docenti……
Per il resto anch’io ritengo opportuna l’idea di segnalare sul sito della scuola l’attività del blog e credo che , data la discrezione del DS e la competenza del Webmaster e dello Staff, non si corra alcuno dei rischi paventati. E trovo che abbia ragione il Webmaster a contestare che il problema sia di imperizia.
Cervello forse non attrezzato, aspetto una tua risposta!
Con simpatia. Irene
Buongiorno, anche se con un po’ di ritardo, volevo partecipare alla discussione sulla riuscita del blog, avendone da poco scoperto l’esistenza.
Mi permetto di dissentire riguardo a due punti della sua riflessione. Innanzitutto non darei colpa all’imperizia nell’uso dello strumento, piuttosto ad una mancanza di informazione, oggi così importante per la poca disponibilità di tempo che abbiamo a disposizione. In merito invece alla frequenza degli interventi, ritengo valido anche in questo caso il vecchio proverbio sui libri e gli amici: devono essere pochi ma buoni.
Per avere maggiori visite e discussioni, suggerirei, oltre ad una maggiore pubblicità sul sito della scuola, anche l’utilizzo dei feed RSS che permettono, a chi è interessato, di ricevere sul proprio computer aggiornamenti sulle ultime notizie pubblicate da siti o blog prescelti.
Per quanto riguarda i commenti, non posso che sperare di continuare a leggere tali perle di saggezza confidando di vederle rinnovate nelle menti dei suoi studenti.
Mi scuso per il suggerimento già vecchio, mi sono appena accorta che gli RSS sono disponibili.
Temendo di usare impropriamente per un dialogo a due lo spazio che vorrebbe ospitare un dibattito a più voci, sono stata tentata di risponderle con una mail privata. Alla fine però ho preferito il blog perché resto convinta che abbia un senso ragionare a voce alta insieme ai pur rarefatti visitatori. Anche se ce ne fosse uno soltanto e casuale, tendo a credere che in linea di massima a due cervelli se ne debbano sempre preferire tre.
A proposito dello scarso numero di interlocutori, non vorrei cavarmela con una battuta, ma se i previsti venticinque lettori di un romanzo sono nel tempo aumentati in modo esponenziale, perché non sperare per un blog che, presumibilmente, ha obiettivi meno ambiziosi? Anche la partecipazione dei genitori all’Autovalutazione di Istituto on-line ha avuto bisogno di tre anni scolastici per affermarsi e cominciare a consolidarsi .
Entrando nel merito, non posso concordare con l’analisi, diciamo così, dell’errore.
Mi spiego: non sono affatto esperta di modalità di comunicazione in rete e quindi accetto come vera l’affermazione secondo cui i tempi della scrittura su carta sono inadeguati al funzionamento ed al successo dello strumento-blog; però a me pare che, nel nostro caso, questo problema costituisca solo una eventuale concausa e non la Causa.
Forse con bizzarra incongruenza, mi viene da associare il dire tutto su tutto ad una situazione vissuta al tempo in cui facevo ancora supplenze.
In una classe di scuola media inferiore trovai gli alunni divisi in gruppi – erano tempi in cui la ricerca di De Bartolomeis intrigava gli insegnanti – e ciascun gruppo lavorava ad un tema: chi alla storia del caffè, chi alla rivoluzione cinese, chi alle istituzioni totalizzanti, chi a qualche altro argomento. Così come voleva la predisposta programmazione (sic!), per ricondurre a sintesi (?!?!?!!) i diversi lavori ho diligentemente provveduto a socializzare gli esiti delle singole “ricerche”, ma i ragazzi di quella classe in quella circostanza hanno semplicemente orecchiato e trattenuto – se è stato trattenuto – qualche frammento di nozione sul Brasile-produttore di caffè, sulla Lunga Marcia di Mao e sulla condizione carceraria e manicomiale. E non credo affatto che tutti quegli argomenti occupassero il primo posto nell’intelletto o nell’intelligenza emotiva degli sfortunati alunni.
Voglio in sostanza dire che la varietà di argomenti e giudizi, unita poi al presenzialismo e all’insistenza bulimica con cui li si tratta e li si raccoglie, possono comportare un tasso di superficialità che mi pare fuori target per il blog di cui parliamo. Se infatti ho capito, questo blog è nato con l’intenzione di riflettere, approfondire e, possibilmente, determinare qualche modesta e condivisa trasformazione nell’ambito del proprio raggio d’azione.
Poi, è certo, posso aver male interpretato!
Ma se ho capito bene, penso che il blog intenda rivolgersi non all’universo mondo ma, più modestamente, alla comunità aristofanina, di cui – dalla frequentazione avuta e dal sito del liceo – intuisco essere parecchio compresi molti diretti interessati.
Ora tale comunità – e da questo punto in poi mi rivolgo in particolare al terzo cervello, se per caso sia qui peregrinante – è formata dagli insegnanti, dagli studenti, dai non docenti e dai genitori. Che lo si riconosca o no ( in questo si va a corrente alternata, soprattutto tra coloro che sto per chiamare in causa), gli insegnanti senz’altro maltrattati e malpagati dallo Stato tuttavia conservano all’interno della singola comunità scolastica un ruolo ed una capacità di influenza superiori a quelli esercitati dalle altre componenti. Non credo di dover ricordare qui che in qualsiasi scuola, se e quando questioni dirimenti ricadono sotto la discrezionalità dell’Istituto, non si muove foglia che il Collegio non voglia.
Allora, senza voler violare la libertà di pensiero, di azione, di insegnamento di alcuno, è lecito domandare come mai, del centinaio di docenti che formano il Collegio, nessuno, anzi soltanto uno si è sentito stimolato a dire la sua, a dare il suo personale contributo su argomenti che riguardano la propria attività professionale? Articoli come “Le due scuole” o “Nuovissime parole antiche” oppure “Ancora una postilla agli Esami di Stato. Una risposta alla Prof.ssa Mirella Violanti” o infine il penultimo, ”Massimo Mila su Augusto Monti: il ritratto di un maestro” non sollecitano in nulla gli insegnanti dell’Aristofane? Io penso che se i docenti si mettessero in gioco non solo si avrebbe un interessante e proficuo scambio di idee, ma si manterrebbe aperto un utile quanto reale canale di comunicazione scuola-famiglia. Dico ciò avendo constatato che tra il 2008 ed il 2009, oltre a chi scrive, altri genitori hanno preso parte alle discussioni proposte e, forse, sarebbero ulteriormente incentivati da un confronto per forza di cose disinteressato e capace di favorire la reciproca conoscenza.
Mi pare evidente che andrebbe a discapito dell’autorevolezza della categoria se venisse confermato qualcuno dei dubbi espressi dalla prof. Violanti alla fine di “Il poeta è un osso di seppia” Ovvero considerazioni in ordine sparso sugli esami di stato. (intervento pubblicato sotto “La Settimana dello studente si è conclusa. Felicemente?” Archivio, febbraio 2008).
Cordialmente.
Irene Panattoni