Archivio di agosto 2008

ANCORA UNA POSTILLA AGLI ESAMI DI STATO. Una risposta alla Prof.ssa Mirella Violanti

venerdì, 1 agosto 2008

 

La Prof.ssa Violanti ha inviato un’interessantissima riflessione sugli esami di stato (vedi commenti a bilancio della Settimana dello studente, anche se in realtà l’intervento sarebbe stato meglio collocato in relazione alle “Due scuole”) e con ciò ha anticipato quanto io stesso mi accingevo a fare. Perché su questo esame, a circa dieci anni dalla sua prima applicazione, bisogna riflettere a fondo.

Come ho avuto già modo di scrivere altrove, L’esame di stato che ha sostituito l’antica maturità è come il tetto di una scuola che non c’è e che, forse, il ministro Berlinguer, sfidando le leggi di gravità, sperava  di poter ricostruire dall’alto. Nata per imporre “rigore” dopo la lunghissima fase sperimentale  delle “quattro materie”, è rimasta in buona sostanza  una prova radicalmente eterogenea rispetto alla prassi didattica corrente, che questo tipo di esame non è riuscito se non in minima parte a modificare, non introducendo a sufficienza i concetti di competenza e di capacità, accanto a quello pervasivo di conoscenza. Così, docenti abituati a ragionare in termini rigidamente disciplinaristi, si trovano a dover gestire un colloquio che ha invece sostanza pluridisciplinare, e che si svolge nella maggior parte dei casi come se la  pluridisciplinarità fosse mera addizione e non integrazione di saperi. Che dire poi della terza prova, concepita con ambizioni di oggettività valutativa, ma che spesso si realizza come una sommatoria di punti (non voti!) entro griglie lambiccate, il cui aritmetico rigore finisce per penalizzare solo gli studenti migliori. Che dire poi ancora dell’ineffabile saggio breve o articolo di giornale, in cui i nostri studenti, sostanzialmente abituati a scrivere temi, sono chiamati a cimentarsi, intrecciando testi di ineguale valore e pregnanza, con un esercizio di velleitaria – e inopinata – professionalità comunicativa (che direbbe Karl Kraus di un paese in cui, a compimento degli studi secondari superiori, si chiede ai candidati di mostrarsi “bravi giornalisti”!). Condivido dunque toto corde la sostanza degli argomenti della Prof.ssa Violante e ritorno alla questione delle “due scuole” in cui ci troviamo a operare: la tradizionale, malconcia, ma non doma, e la nuova, ancora in forma di abbozzo, dopo decenni di sperimentazioni e roboanti quanto vani proclami di “riforma”. In mezzo ci sono gli insegnanti migliori, gli studenti migliori, le famiglie più attente, tutti, chi più, chi meno, frustrati nel vedere mortificata la propria professionalità e il proprio impegno in una notte in cui davvero tutte le vacche (asini?) sono nere.

Come uscire dalle nebbie? Parlando chiaro e agendo di conseguenza.

- A che serve l’esame di stato? Deve essere selettivo o è un semplice quanto inutile coronamento di quello che hanno sostanzialmente deciso i consigli di classe?

- se deve essere selettivo sul piano delle conoscenze disciplinari – le uniche che a tutt’oggi vengono insegnate nelle nostre aule – non è necessario mettere in campo un meccanismo così farraginoso e ambiguo. Si ritorni – o meglio, si resti – al meccanismo delle interrogazioni e dei compiti in classe, oppure, come accade in tanti paesi d’Europa, si predispongano prove di tipo concorsuale, eguali su tutto il territorio nazionale e corrette centralmente. In tal modo potranno essere davvero le scuole migliori ad avere i risultati migliori.

- se l’esame non deve assumere tale connotato di selettività, allora è meglio cassarlo del tutto e far sì che siano le scuole, con gli scrutini finali, a dare agli studenti il titolo necessario – ma non sufficiente! – per iscriversi all’università o per entrare negli ordini professionali.

Mi ripeto: l’ambiguità strutturale  e “politica” di questo esame, con il suo meccanismo da pallottoliere, gabellato per oggettività valutativa, lo spettro troppo ampio di oscillazione nei comportamenti e nei risultati che esso consente e induce, finisce per favorire due esiti diametralmente opposti ed egualmente negativi per il paese e la società: la promozione di chi non lo merita e la mancata valorizzazione delle eccellenze.

Sarebbe bello che tutta la comunità scolastica (studenti, famiglie, insegnanti) dialogasse un po’ di più su questi temi, prima però che le cose accadano e non solo dopo aver provato l’amarezza di un risultato inatteso.