Le varie definizioni dell’attuale fase di riordino dei licei si sono collocate in un punto qualsiasi tra due opposte visioni: quella che lo interpreta come una “riforma epocale” (il ministro Gelmini) e quella che parla invece di “taglio epocale” (l’on.le Bersani). Personalmente direi ci troviamo di fronte ad un’epocale occasione perduta.
Il momento per attuare una riforma ampiamente condivisa si presentava infatti favorevole come mai era stato in passato; gli ultimi dieci anni hanno visto infatti, pur nel succedersi di progetti diversi tra loro, una evidente volontà di non “tagliare i ponti” con quanto era stato fatto in precedenza, ma al contrario di far propri tutti gli elementi di possibile convergenza, dal mosaico di Berlinguer, alla riforma Moratti, al cacciavite di Fioroni.
Vediamo alcuni di questi elementi di convergenza possibili:
1) – La riduzione della frontalità e la riconduzione dei periodi di insegnamento a 60’: circa venti anni fa (1992), feci parte di un gruppo di professori di scuola media e università che si batté – invano – contro gli elefantiaci programmi liceali Brocca (34/35h). In quel gruppo c’erano, tra gli altri, il Prof. Carlo Bernardini e l’ispettore Aldo Lo Schiavo. Ritenevo allora, e ritengo tutt’oggi, che un curricolo liceale di tale ampiezza, senza aver mutato l’approccio didattico (prevalenza delle lezione frontale) fosse insostenibile e che si trattasse ancora una volta di un modello di scuola, per dirla all’inglese, fatta per gli shareholder più che per gli stakeholder, concepita cioè più per gli insegnanti che per gli studenti.
2) – La confluenza ad ordinamento delle sperimentazioni: anche a tale proposito, diversi lustri addietro, ho scritto su piccoli e inascoltati giornali di politica scolastica (mi piace qui ricordare la “Voce del CNADSI” diretto dalla Prof. Rita Calderini) sulla assurdità di promuovere e praticare sperimentazioni senza mai preoccuparsi di tirare le somme, di verificarne cioè i risultati. “Sperimentare” in ambito scientifico vuol dire “provare e riprovare”, cioè a dire osservare, misurare e valutare i risultati dell’esperimento, per decidere se continuarlo o no e se o dove correggerne le inefficienze. Ha prevalso invece negli anni una incontrollata prassi meramente additiva e senza effettivi e rigorosi controlli di qualità. Così siamo giunti alle centinaia di sperimentazioni, ormai fuori del controllo dello stesso MIUR.
3) – La riduzione degli indirizzi: anche in questo caso era diventato necessario semplificare e razionalizzare gli indirizzi e gli esiti in uscita delle centinaia filiere della scuola italiana, concresciute nel tempo e, ancora una volta, senza specifici controlli di congruità.
4) – Il riproporzionamento della spesa del MIUR tra spesa corrente e spese per la ricerca e la formazione a vantaggio di queste ultime e del rapporto tra qualità e quantità della spesa: su
Il Sole 24 ore di qualche tempo fa, Moses Naim ragionava “dell’altra crisi mondiale”, quella a cui si presta poca attenzione e molte dichiarazioni di principio e che si manifesta in una generale perdita di efficacia dei sistemi scolastici ed educativi dell’occidente e affermava giustamente che non bisogna ancorare la spesa assoluta alla qualità. Parlando degli Stati Uniti, Naim sottolineava che non si trattava tanto di accrescere gli investimenti nel settore, dato che nel venticinquennio 1980-2005 tali investimenti sono aumentati di oltre il 70% (sempre negli USA) senza per questo riuscire ad arrestare il declino nell’apprendimento delle conoscenze di base in tutti i settori disciplinari, quanto di investire meglio. In Europa, addirittura, a fronte di un aumento della spesa per l’istruzione si è rilevato, tra il 2000 e il 2006, un declino della literacy e della numeracy (leggere, scrivere e far di conto, per dirla in maniera rozza, ma più comprensibile) in numerosi paesi ricchi (Finlandia e pochissimi altri esclusi). Dunque, per dirla in sintesi, meno spesa corrente (oggi ben oltre il 90% del totale), più spesa per investire nella ricerca, nel miglioramento delle attrezzature e degli ambienti di lavoro, nella valorizzazione delle professionalità della scuola.
Perché un’occasione perduta?
1) – Nel riordino gelminiano la riduzione delle ore frontali ha preso caratteri di estrema rigidità con l’inamovibile binomio 27h al biennio(orario inferiore a quello della scuola media),/31-30h al triennio costringendo la Cabina di regia del volenteroso Prof.Max Bruschi a fare le capriole per cercare di ottenere la quadratura del cerchio. Tale rigidità ha peraltro vanificato l’uso della conclamata percentuale di flessibilità a disposizione delle scuole, che non sono state messe nelle condizioni, di fatto, di poter riattivare i percorsi curricolari che più successo hanno avuto negli precedenti (il PNI o la storia dell’arte fin dalla IV ginnasio per il classico, tanto per fare un esempio);
2) – Sperimentazioni: la potatura era necessaria, la deforestazione no. Si è passati dal tutto va bene al tutto va male. Si è chiusa la porta in faccia ad un’enorme massa di esperienze positive che con grande professionalità ed enormi sforzi volontaristici, la scuola italiana è riuscita a sviluppare in questi ultimi anni, vanificando in tal modo quel tanto di buono che poteva provenire da alcune sperimentazioni, ad esempio, con curricolo a 30h per l’intero quinquennio (la sperimentazione cosiddetta dell’ “Autonomia” che, in altre circostanze, sarebbe potuta andare tranquillamente a regime)
3) – Riduzione del numero di indirizzi: il nuovo impianto dei licei in realtà finisce per accrescerlo: formalmente 6, sono in realtà 13. Senza contare che, in mancanza di una chiara regolamentazione, il rischio anarchia e moltiplicazione dei percorsi esiste ancora, come conseguenza di una non governata autonomia delle singole scuole, alle quali, sulla carta, si dà la facoltà di variare il curricolo ordinamentale fino a 9 h per settimana.
4) – Nuovo rapporto tra spesa corrente e spesa per la ricerca, la formazione e il riconoscimento della qualità dell’impegno del personale: qui si è assistito non già ad una riqualificazione della spesa, ma a un mero depauperamento generale delle risorse della scuola (vedi l’art. 64 della Legge 133), alla quale verranno sottratti – al netto della restituzione promessa del 30% – oltre 5 miliardi di euro in tre anni. Quindi, se è vero che spendere molto non è garanzia di qualità, non si può neppure adoperare il falso sillogismo secondo il quale spendere meno accresce la qualità! Qualche risorsa si poteva forse recuperare prevedendo di allineare l’uscita dei nostri studenti con quelli dell’Europa, che continuano ad essere avvantaggiati di un anno nel loro percorso scolastico pre-universitario.
Il riordino si è quindi rivelato un amalgama mal riuscito di positive intuizioni e negative realizzazioni. Ancora una volta la scuola, al di là delle belle frasi di circostanza, è stata mero strumento per raggiungere altri fini: se un tempo essa è stata anche un ammortizzatore sociale per dar lavoro ai nuovi ceti di “intellettuali con funzione sociale diffusa” (definizione degli insegnanti alla metà degli ani ’70), oggi è diventata il ventre molle in cui affondare facilmente la lama del risparmio di bilancio, seguendo peraltro una bizzarra interpretazione del principio di sussidiarietà, per cui sono i cittadini che devono venire in soccorso dello stato e non vice versa. (vedi la questione dei crediti vantati dalle scuole nei confronti dell’Amministrazione centrale).
Le responsabilità di tutto ciò non possono essere attribuite solo a questo governo. Esse sono molteplici, risalgono indietro nel tempo e si pongono in continuità, a dispetto dei diversi schieramenti. L’occasione perduta? Non aver saputo o potuto declinare e attuare con il dovuto equilibrio e la dovuta gradualità quei punti forti e condivisi che avrebbero finalmente restituito alla scuola italiana una profilo di autentica qualità e una chiara prospettiva di sviluppo futuro.