Much Ado About Nothing

12 dicembre 2008

Inopinatamente, nel lasso di tempo di poche ore, il volto decisionista della ministra Gelmini è stato sostituito da quello più morbido di Gianni Letta. Risultato: la paralisi. La riforma va avanti, anche se in minima parte, solo per le elementari e per le medie, mentre per le superiori, quest’anno, resta tutto come prima.

Si tratta, nel complesso, di una vicenda alquanto penosa, che ha visto la dissipazione di tempo, di risorse intellettuali, di energie e che si è conclusa non già con una marcia indietro, con il riconoscimento cioè di avere sbagliato tutto, nel merito, nel metodo e nei mezzi, ma con una mera “sospensione”, “al fine di far conoscere, diffondere e approfondire i contenuti dei nuovi [peraltro finora ignoti] percorsi di studio.”

Si potrebbe sostenere che abbiano vinto la resistenza generalizzata al decreto Gelmini sviluppatasi in questi mesi nelle scuole e nelle famiglie e il proverbiale realismo di Letta. Tuttavia, ad avere aperto gli occhi ai responsabili dell’istruzione deve essere stata innanzi tutto l’impossibilità tecnica di dipanare in poche settimane il groviglio degli indirizzi, delle sperimentazioni e degli orari attualmente in vigore nella secondaria superiore e, soprattutto, la consapevolezza che, in un periodo come questo, la cancellazione in tre anni oltre 100.000 posti di lavoro rischiava concretamente di provocare un disastro sociale.

E adesso? Restiamo con l’inutile posticipo del termine per le iscrizioni 2009-2010 al 28 febbraio, che comporterà sicuramente difficoltà e ritardi nelle operazioni successive di definizione degli organici. Né l’anguillesco comunicato della Presidenza del consiglio di ieri, 11 dicembre, sia per quello che dice che per quello che non dice, ci rassicura. Al contrario, ci consegna ancora una volta ad un orizzonte opaco, fatto di nodi irrisolti, di cammini interrotti, di “buchi” di bilancio, sul cui sfondo sarà ancora più difficile progettare seriamente e sul lungo termine il futuro prossimo della nostra scuola.

Questionario di autovalutazione di istituto (2)

11 dicembre 2008

Ringrazio il prof. Michele Passante per la segnalazione e provo a rispondere.

Le argomentazioni di Irene in merito alla valutazione degli insegnanti sono – come sempre, del resto – sensate e condivisibili. Perché allora ostinarsi a cercare indicazioni “reperite in modo non logico”?

Perché in buona sostanza ci troviamo in una fase  largamente sperimentale del mezzo di consultazione di cui stiamo parlando, una fase in cui abbiamo considerato prioritario, pensando soprattutto  agli studenti e alle famiglie entrate all’Aristofane quest’anno, il sollecito avvio/riavvio di un meccanismo ancora poco familiare nella nostra comunità, quale è quello di una valutazione del servizio on-line, con l’utilizzo di password all’interno di un’area riservata. Un meccanismo che avremmo intenzione di espandere ad altri settori; ad esempio, quello delle comunicazioni tra genitori e docenti.

Ciò ha reso necessario agire in tempi brevi e utilizzare schede e items della precedente consultazione.

Si è trattato dunque di perseguire, se si vuole, un “metaobiettivo” più che l’obiettivo di una valutazione “rigorosa” del servizio.

Purtroppo le risposte pervenute finora (80 all’incirca su un potenziale di quasi duemila) ci fanno ben comprendere come sia ancora lunga la via da percorrere e quindi come sia importante, correndo anche il pericolo di muoverci nella famosa notte schellinghiana di cui parla Hegel, avviare un primo contatto semplificato con i nostri potenziali interlocutori. Voglio essere provocatorio: le nostre schede di valutazione non sono troppo generiche, bensì troppo complesse per un approccio valutativo di primo livello come il nostro di oggi. Avremmo dovuto renderle ancora più schematiche e sintetiche. Forse in questo modo avremmo potuto ottenere una partecipazione più ampia, che è, torno a ripetermi, il nostro obiettivo prioritario di prima fase.

Venendo al merito del discorso di Irene e riassumendo: il consiglio di classe dovrebbe essere il soggetto/oggetto della valutazione. Come non essere d’accordo? Nè mi pare si tratti, in questo caso, di rischiare una valutazione “personalizzata”. Esamineremo con attenzione la cosa per il questionario di fine anno.  Sono graditi sugerimenti, anche pratici. Mi permetto tuttavia di dire che, anche qui, dobbiamo procedere per gradus. Già il fatto che la quasi totalità dei consigli di classe della nostra scuola abbiano scelto quest’anno liberamente di avvalersi di un modello analitico comune di programmazione e di una tabella tassonomica condivisa, oltre che, pur se non in tutti i casi, di una tabella sinottica diacronica con la scansione programmatica dei contenuti disciplinari nel corso dell’anno, dimostra un’apprezzabile sensibilità al tema, sensibilità che andrà certo ulteriormente verificata e sviluppata, ma che costituisce un buon punto di partenza.

La valutazione trasparente: ritengo comunque possibile che i genitori ricevano quantomeno l’eco di una prassi didattica, possano cioè sapere se l’insegnante riconsegna i compiti corretti in tempo debito, se spiega i motivi del voto, se distingue tra valutazione formativa e valutazione sommativa (tutti elementi contenuti nella programmazione di classe). Altrimenti abbiamo aggiunto – ed è una novità importante – la casella “non so”. Il numero di “non so” ci farà comprendere molte cose.

Diffusione on-line del documento di programmazione del consiglio di classe: trattandosi di uno strumento tecnico-operativo interno al percorso della classe, non ne vedrei l’utilità, visto che i rappresentanti dei genitori e degli studenti ne sono a conoscenza e lo hanno condiviso. Inoltre sul sito compaiono le programmazioni di dipartimento, che costituiscono l’orizzonte didattico cui riferirsi.

A questo punto, semmai, bisognerebbe riflettere sull’attuale condizione operativa dei consigli di classe e più in generale degli organi collegiali nella scuola; per dirla in sintesi, sullo “Spirito del ’74″, ormai largamente affievolitosi, nella prassi prima e più ancora che nelle proposte di riforma oggi sul tappeto. Un’analisi attenta del disegno di legge Aprea potrebbe essere molto utile.

Infine: quello che posso dire è che continueremo a lavorare perché i dati comunque acquisiti siano davvero utili – soprattutto quelli di “sgradimento” – perché crediamo al valore della partecipazione. Lo faremo anche in modo rozzo, cercando di leggere tra le righe, cogliendo il mood - che non vuol dire una generica media - non stancandoci di dialogare, di osservare, di suggerire, come Irene puntualmente ha fatto, fa e spero continui a fare.

Autovalutazione di Istituto

6 dicembre 2008

Venerdì scorso abbiamo messo in rete, sul sito www.servizi.liceoaristofane.it le schede di autovalutazione d’Istituto riservate ai genitori e agli studenti. Alla compilazione si accede con la password ricevuta in precedenza. Nell’atrio dell’ingresso principale è stata collocata una postazione da cui si potrà accedere all’area riservata.

Si tratta di una prima “consultazione” alla quale speriamo partecipi un campione significativo di utenti, in grado cioè di darci indicazioni precise sulle cose che vanno e, soprattutto, su quelle che non vanno.

Con questo primo sondaggio (che si chiuderà alle 14,00 del 18 dicembre prossimo), al di là dei pur importanti risultati che farà sicuramente emergere e che saranno puntualmente “restituiti” , ci poniamo un ulteriore obiettivo, di medio, lungo termine: quello cioè di familiarizzare tutte le componenti della scuola con quello che ritngo essere un formidabile strumento di governo democratico della scuola, rapido, agile nell’uso, poco dispendioso e soprattutto suscettibile di ampi sviluppi, capace insomma di contribuire a ricreare quella comunità di intenti e di ragioni di cui oggi si sente non poco la mancanza.

Attendo opinioni in proposito.

Sicuri a scuola

25 novembre 2008

La tragedia di Rivoli, al di là del merito tecnico dell’evento, ha riportato violentemente alla ribalta una situazione difficile, che da troppo tempo subisce i danni di una condotta di governo meramente dilatoria e priva di una strategia di lunga lena. 

Il D.Lgs.626 sulla sicurezza negli ambienti di lavoro ha ormai 14 anni. Per le scuole esso ha sostanzialmente significato un susseguirsi di rinvii nell’applicazione e ha nel contempo prodotto profitti per società e singoli specializzati in consulenza e formazione, una montagna di carte minacciose, ma troppo poco in termini di risanamento e  messa a norma degli edifici scolastici (o quantomeno non nella misura richiesta ad un paese che si colloca tra le prime dieci potenze economiche del globo).

Le ragioni sono diverse. Proviamo ad isolarne alcune:

- i quattrodici anni trascorsi non sono stati certo tra i più floridi per l’economia italiana, alle prese con un debito pubblico abnorme e non più sostenibile all’indomani della caduta del muro di Berlino e dell’estendersi della globalizzazione e hanno visto inesorabilmente e fortemente assottigliarsi le risorse per gli investimenti di struttura nel settore dei servizi pubblici;

- la farraginosità delle procedure burocratiche e l’evidente inefficacia dei centri di spesa (Comuni e Province) riescono a impedire che si impieghino in tempi ragionevolmente brevi anche i pur scarsi finanziamenti previsti (ad esempio, esiste una delibera provinciale che data dal 2005 con  cui si stanzia per l’Aristofane una somma molto consistente, destinata a lavori di radicale ristrutturazione e messa a norma della scuola: ebbene, a tre anni di distanza, nonostante le richieste e i solleciti, non si conosce neppure la tempistica dell’intervento);

- la “naturale” allergia italiana per la programmazione e per la buona, sana, silenziosa, ordinaria amministrazione (secondo il detto immortale di Leo Longanesi, “Alla manutenzione, l’Italia preferisce l’inaugurazione”!) ci induce ad intervenire solo in angustiis, quando cioè le situazioni sono già largamente compromesse e con procedure solo straordinarie (vedi l’immondizia in Campania);

Tra qualche giorno, di Rivoli e della “tragica fatalità” che ucciso un ragazzo di 17 anni in un’aula scolastica non si parlerà più. La condizione delle scuole resterà immutata?

Per quanto ci riguarda, la condizione delle nostre strutture ediizie non è critica. Gli edifici dell’Aristofane hanno un disegno architettonico molto originale, senza sopraelevazioni, con volumi semplici dislocati sul fianco della collina e circondati da un’ampia zona verde. Non tutto però va come dovrebbe: i lastrici solari sono inflitrati in più punti dalle acque piovane e andrebbero tutti rifatti (non rattoppati!), assieme agli intonaci dei soffitti, come pure gli infissi e la pavimentazione, ormai usurata in diverse zone. I servizi igienici, peraltro sottoposti di recente ad una parziale ristrutturazione, andrebbero definitivamente tutti risistemati e, se del caso, rifatti anch’essi integralmente. Non è stata ancora completamente portata a termine la divisione di competenze e di percorsi tra la parte comunale (asilo) e la parte provinciale (liceo) della succursale. Si tratta dunque di lavori importanti, ma non impossibili a sostenersi e ad attuarsi a breve, medio termine (1 anno?), considerando le risorse già esistenti e destinate allo scopo di cui dicevo poc’anzi.

Avanzo una proposta semplice: perché i fondi di cui si parla (500 milioni, diceva Bertolaso qualche giorno fa) non vengono affidati direttamente anche alle scuole autonome, dando loro la possibilità di bandire gare di appalto per lavori quantomeno, diciamo, fino all’importo di 100.000 € ? Sono certo che talune situazioni non particolarmente drammatiche potrebbero essere immediatamente sanate. Inoltre, avvicinando i centri di spesa alle attività finanziate si otterrebbero: una molto maggiore celerità nell’assegnazione dei lavori, la cessazione di ogni pratica, sempre dannosa, di subbappalto e soprattutto un  controllo diretto – oggi impossibile –  degli utenti (personale, docenti, studenti) sulla qualità e sui tempi degli interventi. In buona sostanza si incrementerebbero sensibilmente tutte e tre le “E” (efficacia, efficienza ed economicità).

Una volta si diceva: “il problema è politico”. Temo che sia ancora oggi così.

All’inizio di un nuovo anno scolastico

25 settembre 2008

All’inizio del nuovo anno scolastico, per il quale mi faccio e faccio a tutti i migliori auguri,  voglio  ringraziare di cuore  Irene, Patrizia, Nicoletta, Marco, Spider16, “uno della I E”, Francesco Camplani, Alessandra, Mirella Violanti, che hanno alimentato il nostro colloquio sul blog. I loro suggerimenti, le loro considerazioni, le loro critiche non resteranno senza risposta.

Siamo stati pochi, forse, in una comunità che è potenzialmente costituita da oltre tremila persone, ma gli interventi hanno avuto tutti il merito di centrare questioni  di vitale importanza per la scuola italiana in generale e per l’Aristofane in particolare. Spero che la fonte non si inaridisca.

Tento un riassunto per sommi capi, che potrebbe essere una ripartenza, scusandomi se nella sintesi non darò ragione della profondità degli interventi.

La Settimana degli studenti. E’ l’articolo che ha suscitato più commenti e non poteva che essere così, vista l’immediata incidenza dell’iniziativa sulla vita della scuola. Tralascio gli apprezzamenti, che pure mi hanno fatto piacere; mi soffermo sulle note negative, che mi pare convergano nel definire i problemi e avanzino delle proposte su cui bisognerà discutere. Innanzi tutto la lunghezza delle attività, giudicata eccessiva, l’eterogeneità dei corsi, ma in particolare la scarsa integrazione della Settimana nel POF e la scarsa partecipazione dei professori.

Per il futuro: farò mia la proposta di Irene di istituire per tempo un “tavolo organizzativo” con rappresentanti dei docenti, genitori e studenti allo scopo di favorire integrazione ed efficienza nel caso di riproposizione del progetto.

Accolgo altresì la divertente provocazione di Marco, augurandomi che non si giunga all’occupazione, di fronte alla quale, trattandosi di reato, mi troverei costretto ad interrompere ogni dialogo e ad applicare la legge, a tutela di tutti. E rispondo:solitamente credo in quello che dico e anch’io ritengo che i ragazzi debbano sapere che “ciò che si fa a scuola e’ sempre importante: non un gioco”. Credo altresì che il dialogo, la partecipazione, la confidenza reciproca siano ineludibili quando si parla di comunità di persone, molte delle quali impegnate in un processo di crescita che non è mai stato facile, ma che oggi presenta gradi di complessità nuovi e notevoli.

“Le due scuole”: Marco pone una grande, forse eccessiva, fiducia nel “Comandante”, che tale non è. E’ comunque vero che, in mancanza di orizzonti ampi e chiari, dobbiamo “accontentarci” di gestire al meglio la nostra quotidianità e a questo cercherò di dedicarmi, con il contributo di tutti. Chiamando, se mi riesce, le famiglie ad esprimersi più di frequente sulle questioni di maggior rilievo, anche attraverso un utilizzo più esteso dell’area riservata.

Purtroppo, nella sostanza, anche quest’anno iniziamo con un’unica certezza: la diminuzione delle risorse e la persistenza di problemi legati alla qualità e alla sicurezza degli spazi di lavoro. Confido che, su quest’ultimo tema,  la Provincia di Roma mantenga quanto ha più volte promesso ed esorto tutti a pazientare se la qualità di alcuni locali non è quella auspicabile. Dopo mesi di pressanti richieste ho avuto formale promessa di un intervento in tempi brevi.

Avremo classi iniziali più numerose, un’unità di personale ATA in meno e incombenze amministrative e gestionali maggiori e più complesse. Restiamo in attesa della “Riforma”  della secondaria superiore o quantomeno di una parola definitiva in merito, che ponga termine ad una vicenda ormai quarantennale (Lutero ha impiegato meno a rivoluzionare l’Orbe cristiano) che ha visto elidersi due leggi dello stato (Berlinguer, Moratti) il susseguirsi di astute strategie di aggiramento (il mosaico berlingueriano e il cacciavite di Fioroni) e soprattutto un’incessante produzione di norme che ha costretto le scuole ad un affannoso lavoro di adeguamento anno dopo anno. All’orizzonte però si vedono solo massicce misure di riduzione delle spese, secondo una tradizione ormai annosa e perniciosa (a titolo di esempio, il finanziamento ordinario ha fatto segnare un -70% in cinque anni). Tutto questo con buona pace degli obiettivi di Lisbona 2010. L’Europa scolastica sembra chiamata in causa solo per confortare l’incremento del rapporto studenti/docenti.

Irene chiede: che cosa qualifica la deontologia degli insegnanti? All’interno del Collegio dei docenti di una scuola, poniamo l’Aristofane, si condivide e, soprattutto, si pratica un’unica visione al riguardo o esistono più scuole di pensiero? Con quali modalità si è arrivati alla definizione di quella bussola o di quelle bussole? Proveremo a rispondere nei fatti a questioni tanto complesse, iniziando da obiettivi minimi di condivisione. Di una bussola ci sarebbe tanto bisogno … se avessimo un nord. Credo che la tanto sbandierata autonomia non debba significare lasciare che le scuole interpretino come meglio possono “lo spirito dei tempi”.  Anche in una scuola radicalmente regionalizzata, una rotta nazionale non può essere né elusa, né eliminata, se vogliamo contribuire a mantenere, come è stato nel passato,  l’unità del paese.

Mi ha sorpreso l’assenza di commenti sulla novità principale dell’anno: l’abolizione dei debiti formativi e la reintroduzione –surrettizia, per ora, –  degli esami di riparazione. A questo proposito sono in grado di tracciare un primo bilancio delle attività complesse e numerose che l’Aristofane ha messo in campo. Abbiamo mobilitato molte energie, soprattutto interne alla scuola, organizzando, nelle due tornate di febbraio-marzo e giugno-luglio (senza contare gli sportelli didattici e gli interventi già posti in essere nei mesi di novembre-dicembre) oltre cento corsi per il recupero delle insufficienze. I risultati finali, a giudizio largamente condiviso dai docenti, sono stati positivi, se non molto positivi in alcuni casi. Gli studenti hanno capito che “la musica è cambiata”, che si chiedeva loro maggiore serietà e continuità nell’impegno e che la scuola era al loro fianco per aiutarli. Certo, trattandosi di un primo anno di applicazione, si sono verificate dispersioni e un’efficacia non sempre soddisfacente delle azioni intraprese. Ma ci ripromettiamo di far tesoro dell’esperienza maturata e di far meglio in futuro. A patto che quest’anno ci dicano per tempo – non a dicembre – su quali e quante risorse possiamo contare, se il ripristino degli esami di riparazione sarà integrale e quali saranno le concrete modalità operative, tali da garantire, pur nell’autonomia di scelta delle scuole,  un’uniformità di trattamento per tutti gli studenti . Per parte nostra, abbiamo comunque già iniziato a confrontarci all’interno dei dipartimenti disciplinari, per giungere ad un grado di armonizzazione tra le programmazioni dei diversi docenti che, salvaguardando l’impostazione personale di ciascuna azione didattica, consenta di giungere ad una maggiore condivisione di obiettivi e di metodi.

Sulla questione dell’ Esame di stato: ho già detto la mia sul gustoso e acuto intervento della Prof.ssa Mirella Violanti. In precedenza avevo pubblicato sul sito i risultati delle classi finali della scuola, perché tutti avessero materia su cui riflettere. Nicoletta de Russis coglie nel segno: dovremo capire se le valutazioni ottenute siano lo specchio più o meno fedele del nostro impegno o se, ancora una volta, la formula attuale dell’esame abbia lasciato spazio all’”arbitrio valutativo” delle singole commissioni. In altre parole: se dai risultati dell’esame possiamo trarre un bilancio utile per indirizzare la nostra azione futura o se a farla da padrona è stata la sorte. Certo, amarezza ne ho registrata, soprattutto da parte di chi non ha trovato piena corrispondenza tra il proprio impegno nel corso degli anni e la misurazione di tale impegno in termini numerici conclusivi. Tuttavia il discorso deve avere un respiro più ampio ed è stato oggetto di analisi fin dai primi giorni di scuola, in sede di ogni singolo corso e dei dipartimenti disciplinari.

Per dire la mia in proposito: pur registrando una flessione nei riconoscimenti di eccellenza rispetto all’anno passato, i risultati dell’Aristofane mi paiono ad ogni buon conto più che confortanti, visto che circa la metà dei nostri ragazzi si colloca nella fascia alta delle valutazioni,  che va dall’80 al 100.

Sul questionario di autovalutazione e l’attivazione di un’area riservata.

Mi ha fatto piacere l’apprezzamento di Irene per la qualità e il senso della nostra iniziativa. Ritengo infatti che l’autovalutazione d’istituto debba rappresentare un momento fondamentale di crescita e di miglioramento, non tanto e non solo quando evidenzia le positività (cosa che naturalmente non può che farci piacere), ma soprattutto quando mette in luce le criticità del nostro operare.

Mi auguro che  l’uso di questo blog si estenda e contribuisca a creare una comunità che trova modi e tempi suoi propri di riflettere sulla scuola in generale e sulla concreta azione svolta dall’Aristofane.

ANCORA UNA POSTILLA AGLI ESAMI DI STATO. Una risposta alla Prof.ssa Mirella Violanti

1 agosto 2008

 

La Prof.ssa Violanti ha inviato un’interessantissima riflessione sugli esami di stato (vedi commenti a bilancio della Settimana dello studente, anche se in realtà l’intervento sarebbe stato meglio collocato in relazione alle “Due scuole”) e con ciò ha anticipato quanto io stesso mi accingevo a fare. Perché su questo esame, a circa dieci anni dalla sua prima applicazione, bisogna riflettere a fondo.

Come ho avuto già modo di scrivere altrove, L’esame di stato che ha sostituito l’antica maturità è come il tetto di una scuola che non c’è e che, forse, il ministro Berlinguer, sfidando le leggi di gravità, sperava  di poter ricostruire dall’alto. Nata per imporre “rigore” dopo la lunghissima fase sperimentale  delle “quattro materie”, è rimasta in buona sostanza  una prova radicalmente eterogenea rispetto alla prassi didattica corrente, che questo tipo di esame non è riuscito se non in minima parte a modificare, non introducendo a sufficienza i concetti di competenza e di capacità, accanto a quello pervasivo di conoscenza. Così, docenti abituati a ragionare in termini rigidamente disciplinaristi, si trovano a dover gestire un colloquio che ha invece sostanza pluridisciplinare, e che si svolge nella maggior parte dei casi come se la  pluridisciplinarità fosse mera addizione e non integrazione di saperi. Che dire poi della terza prova, concepita con ambizioni di oggettività valutativa, ma che spesso si realizza come una sommatoria di punti (non voti!) entro griglie lambiccate, il cui aritmetico rigore finisce per penalizzare solo gli studenti migliori. Che dire poi ancora dell’ineffabile saggio breve o articolo di giornale, in cui i nostri studenti, sostanzialmente abituati a scrivere temi, sono chiamati a cimentarsi, intrecciando testi di ineguale valore e pregnanza, con un esercizio di velleitaria – e inopinata – professionalità comunicativa (che direbbe Karl Kraus di un paese in cui, a compimento degli studi secondari superiori, si chiede ai candidati di mostrarsi “bravi giornalisti”!). Condivido dunque toto corde la sostanza degli argomenti della Prof.ssa Violante e ritorno alla questione delle “due scuole” in cui ci troviamo a operare: la tradizionale, malconcia, ma non doma, e la nuova, ancora in forma di abbozzo, dopo decenni di sperimentazioni e roboanti quanto vani proclami di “riforma”. In mezzo ci sono gli insegnanti migliori, gli studenti migliori, le famiglie più attente, tutti, chi più, chi meno, frustrati nel vedere mortificata la propria professionalità e il proprio impegno in una notte in cui davvero tutte le vacche (asini?) sono nere.

Come uscire dalle nebbie? Parlando chiaro e agendo di conseguenza.

- A che serve l’esame di stato? Deve essere selettivo o è un semplice quanto inutile coronamento di quello che hanno sostanzialmente deciso i consigli di classe?

- se deve essere selettivo sul piano delle conoscenze disciplinari – le uniche che a tutt’oggi vengono insegnate nelle nostre aule – non è necessario mettere in campo un meccanismo così farraginoso e ambiguo. Si ritorni – o meglio, si resti – al meccanismo delle interrogazioni e dei compiti in classe, oppure, come accade in tanti paesi d’Europa, si predispongano prove di tipo concorsuale, eguali su tutto il territorio nazionale e corrette centralmente. In tal modo potranno essere davvero le scuole migliori ad avere i risultati migliori.

- se l’esame non deve assumere tale connotato di selettività, allora è meglio cassarlo del tutto e far sì che siano le scuole, con gli scrutini finali, a dare agli studenti il titolo necessario – ma non sufficiente! – per iscriversi all’università o per entrare negli ordini professionali.

Mi ripeto: l’ambiguità strutturale  e “politica” di questo esame, con il suo meccanismo da pallottoliere, gabellato per oggettività valutativa, lo spettro troppo ampio di oscillazione nei comportamenti e nei risultati che esso consente e induce, finisce per favorire due esiti diametralmente opposti ed egualmente negativi per il paese e la società: la promozione di chi non lo merita e la mancata valorizzazione delle eccellenze.

Sarebbe bello che tutta la comunità scolastica (studenti, famiglie, insegnanti) dialogasse un po’ di più su questi temi, prima però che le cose accadano e non solo dopo aver provato l’amarezza di un risultato inatteso.

Questionario di autovalutazione d’istituto

11 maggio 2008

Come per l’anno scolastico passato, anche alla fine di questo è stato approntato un questionario di autovalutazione d’istituto, pur se con modalità diverse (informatiche e non più cartacee, attraverso un sito dedicato www.servizi.liceoaristofane.it e l’accesso riservato mediante password personale distribuita a tutte le componenti della comunità scolastica, famiglie, studenti, docenti, personale amministrativo).

Si tratta di un momento importante di partecipazione e condivisione che mi auguro non venga trascurato o considerato di poca utilità. E’ pur vero che di per sé la segnalazione di disfunzioni, di criticità, di qustioni aperte e non ancora risolte non sembra spesso trovare sbocco in immediate soluzioni, anche perché sono ancora troppe sono le varianti che impediscono alla scuola di funzionare come un organismo che agisce in piena autonomia e in piena assunzione di responsabilità, ma è altrettanto innegabile che non cessare di esercitare i propri diritti di cittadino, utente e fruitore di un servizio significa comunque contribuire ad una migliore gestione e organizzazione dello stesso servizio, oltre che a rendere più efficaci e trasparenti i rapporti tra scuola e famiglie.

La nostra indagine non ha l’ambizione di misurare la “qualità” della scuola – esercizio quantomai complesso e controverso – ma di verificare “semplicemente” la cosidetta customer satisfaction, il grado cioè di soddisfazione di chi partecipa alle attività dell’Aristofane nei confronti delle diverse aree operative del servizio scolastico, al cui centro si pone certamente il processo di apprendimento-insegnamento, ma che non può prescindere dall’azione amministrativa, di gestione e di governo.

I risultati ottenuti l’anno passato sono stati nel complesso lusinghieri e, almeno per chi scrive, utili per comprendere meglio la situazione generale. Spero che la nuova modalità on-line non determini una diminuzione della partecipazione, per incrementare la quale sarà presto installato nell’atrio della sede principale un internet point dedicato.

Benvenuti comunque fin da ora tutti i suggerimenti che si vorranno proporre sia a proposito dell’iniziativa in quanto tale che sulle modalità organizzative e sulla configurazione delle schede di rilevazione.

A proposito delle “novità” di quest’anno: qualche riflessione

30 aprile 2008

Siamo giunti a un mese circa dal termine delle lezioni.
E’ stato un anno scolastico particolarmente intenso e ricco di novità, prima fra tutte quella dell’abolizione dei debiti e del ripristino, seppure in forme mutate, di una sorta di esame di riparazione.
Si sa che salire su un treno in corsa non è mai consigliabile e oltremodo pericoloso, ma ce l’abbiamo fatta lo stesso, visto quanto disponeva e imponeva l’OM 92, emanata alla fine del 2007 e in più punti in contrasto con quel principio dell’autonomia scolastica, che ahinoi abbiamo ormai imparato a considerare sistematicamente eludibile.
Si è trattato di uno sforzo non indifferente, che ha comportato notevoli fatiche organizzative da parte della scuola e che ha creato un clima di attesa e di ansia nelle famiglie e negli studenti.
Abbiamo cercato di mitigare quel clima e –almeno finora – mi pare ci siamo sostanzialmente riusciti, grazie alla collaborazione dei genitori e alla sostanziale correttezza dei nostri ragazzi, pur se la loro frequenza alle iniziative di sostegno per il recupero delle insufficienze del primo periodo non è stata soddisfacente. Continueremo a informare e a dialogare, anche tramite questo stesso blog.

Adesso però ci attende il periodo più delicato e difficile.
Il 13 maggio il collegio dei docenti, sempre che la nuova situazione politica non determini a breve novità sostanziali, delibererà/confermerà in via definitiva la calendarizzazione delle operazioni successive agli scrutini finali e i criteri generali in base ai quali i consigli di classe potranno orientarsi per condurre le operazioni degli scrutini medesimi.
Agli studenti raccomando la massima concentrazione: è importantissimo essere attivi nel dialogo in classe, partecipare con costanza alle lezioni, ridurre al minimo assenze e ritardi, intensificare lo studio domestico, insomma non perdere più neppure un minuto del tempo rimasto – non molto, al netto delle improvvide chiusure elettorali – per giungere alla fine dell’anno con i migliori risultati possibili nel numero più elevato possibile di discipline, dato che la logica all’interno della quale si sono mossi sia il DM 80 che l’OM 92 è di stretto segno disciplinarista.

L’urgenza di attuare la rinnovata normativa sui debiti/insufficienze ha finito per soffocare sul nascere la discussione e il ragionamento su quella che doveva essere – e non è purtroppo stata – l’altra, vera grande novità appena avviata dalla scuola italiana cioè a dire il nuovo obbligo biennale di istruzione successivo alla scuola media, del quale ben poco si è detto e per l’attuazione del quale ben poco si è fatto.
Si è evidentemente preferito convogliare tutte le energie delle scuole superiori in un’operazione in buona sostanza di facciata, molto costosa in termini di energie professionali e finanziarie e della quale a metà giugno misureremo l’effettiva efficacia, voluta per ripristinare un astratto “rigore” dopo anni di asserito lassismo (chi crede che l’Aristofane sia una scuola “lassista” me lo faccia sapere!), a danno di una riflessione seria e approfondita sulla scuola italiana nel contesto europeo, per molti versi tanto differente dal nostro, sulla validità della programmazione per competenze versus per conoscenze, sulla possibile integrazione dei saperi, sulla consistenza dei “quattro assi culturali” e tanto altro ancora; tutto ciò sullo sfondo di quegli Obiettivi di Lisbona 2010, che per noi rimangono lontani.
Non resta che sperare che l’anno prossimo, senza sorprese in corso d’opera e con tempi più distesi, si possa iniziare a riflettere e a progettare concretamente anche su questi temi, che sono ben più vitali e importanti del ripristino surrettizio di vecchie pratiche nella prospettiva di un effettivo miglioramento della qualità della scuola italiana.

Le due scuole

13 marzo 2008

Nella tempesta di tante riforme mancate o attuate solo a metà, la scuola sembra avere smarrito la sua missione. Sembra che continui a funzionare per forza d’inerzia e a muoversi per sobbalzi improvvisi, senza poter costruire strategie di lungo respiro. Per fortuna può ancora contare sul lavoro qualificato di tanti insegnanti preparati e motivati, che desiderano e sanno far bene il loro meraviglioso mestiere e di tanti funzionari e impiegati amministrativi e ausiliari che, nonostante il consistente aumento dei carichi di lavoro e la corrispettiva diminuzione delle risorse di personale, riescono comunque a far funzionare bene la macchina organizzativa. Ma se ci chiediamo dove la scuola stia concretamente andando credo che pochi oggi saprebbero dare una risposta precisa e sicura. Dopo l’ultima grande, vera riforma che ha investito il sistema scolastico, cambiandolo alla radice, cioè a dire l’istituzione della scuola media unica agli inizi degli anni ’60, ci accorgiamo come, di fronte alle rapide e travolgenti trasformazioni che hanno fatto dell’Italia, da povero paese uscito in rovina dalla guerra una potenza industriale ed economica di primo rango, la scuola abbia reagito solo sintomaticamente, cercando affannosamente di tenere il passo delle dinamiche sociali, “sperimentando” molto e a lungo, agendo su segmenti anche importanti del percorso formativo, senza tuttavia mutare in profondità le sue strutture, senza cioè passare attraverso un efficace e durevole mutamento di sistema. Anche l’introduzione, formalmente rivoluzionaria, dell’autonomia (Legge 59/97 art. 21) si è tradotta nei fatti di questo decennio trascorso in un’altra grande incompiuta. Parafrasando l’Evangelista, si è continuato cioè a mettere il vino nuovo in un otre vecchio, con le conseguenze che si possono immaginare. Così, si sono sferrate poderose picconate all’edificio costruito genialmente da Giovanni Gentile come strumento di selezione e di educazione delle élites, senza però riuscire a demolirlo, ma al contrario aggiungendovi – spesso non solo metaforicamente – superfetazioni abusive, improbabili superattici, oscuri sottotetti, verande di cartone, per ospitare una popolazione non solo smisuratamente aumentata di numero, ma anche non più in sintonia con il modello sociale prima dominante. Qui mi pare emerga un tratto tipico di tanta parte del pensiero politico italiano, cioè a dire quello che produce e pratica la “doppia verità”, l’una, a beneficio delle masse, retorica e predicatoria della assoluta centralità e importanza della scuola nello sviluppo delle nuove generazioni e nella creazione dell’unica ricchezza che possediamo, ovvero la forza dell’ingegno, l’altra, a beneficio di chi governa, ben più concreta che ha fatto e fa della scuola un luogo in cui trovare facile soddisfacimento di grandi clientele e potentati corporativi e nello stesso tempo la valvola di sfogo di un ceto intellettuale a funzione sociale diffusa cresciuto senza criterio e senza alcun progetto. In un paese come il nostro, ben poco aduso a rivoluzioni e sostanzialmente alieno da ogni radicalismo, ha sempre e comunque avuto la meglio la ricerca del compromesso, la sistematica conciliazione degli opposti, il “quieta non movere”. Ma ciò non è stato senza danni, anche gravi, per il nostro intero sistema di istruzione e, a fortori, per la società nel suo insieme. Che cosa è dunque la scuola? Se ci si volesse rifare all’etimologia del termine, la scuola dovrebbe essere scholè, otium, separazione dal tumulto quotidiano, momento di studio, di crescita e di riflessione disinteressata sulla storia individuale e collettiva, di trasmissione del deposito di tradizioni, cultura e identità di un popolo. E’ facile misurare oggi la distanza tra la nostra realtà e questa definizione. Nell’esperienza di tutti la scuola è diventata proprio il suo opposto, ovvero ascholia, negotium, invasa com’è da mille pratiche, da mille “stimoli” esterni, che, tuttavia, abitando nello stesso pur nobile edificio in rovina di cui si diceva, spesso non riescono ad acquisire dignità, organicità ed efficacia. Per questo la prospettiva si fa inevitabilmente schizofrenica, bilocata: la “vecchia scuola” che reclama i suoi intoccabili “diritti”, in termini di materie, interrogazioni, voti, bocciature, cattedre, classi di concorso convive con la “nuova scuola” che non si sottrae alle lusinghe del mondo esterno e che finisce per aggiungere ad essa, con il pericolo di soffocarla, una congerie di variegate attività, tutte di per sé validissime, ma che in molti casi accentuano la disintegrazione piuttosto che creare un progetto educativo e culturale omogeneo. Di più: una scuola siffatta, nata per essere sempre più democratica e aperta a tutti, sta diventando invece sempre più classista e preclusiva, poiché, avendo perduto la sua fisionomia e la sua “missione” non riesce più a funzionare da “ascensore sociale”, cioè a dire ad offrire validi strumenti di emancipazione anche a coloro i quali, in condizioni sociali di svantaggio, non possono che trovare nella scuola lo strumento principe di riscatto. E allora: dobbiamo rassegnarci all’idea di scuola-contenitore, di scuola-supermarket, in cui ciascun cliente afferra dagli scaffali il prodotto che desidera, attratto dalla confezione o dal prezzo, senza preoccuparsi della coerenza e della funzionalità dei propri acquisti? Oppure è ancora possibile tentare di costruire un edificio davvero nuovo e funzionale, che non dimentichi il passato, ma tenga nel contempo conto del presente e del futuro? Personalmente credo che sia possibile purché si facciano delle scelte “radicali”, cioè a dire, purché:
- Non si dimentichi che la scuola è anche e soprattutto il luogo in cui “una mente che apprende e una mente che insegna diventano una mente che conosce”, secondo l’insuperata definizione di Giovanni Gentile, che coglie la centralità del rapporto essenzialissimo e sempre nuovo tra studente e insegnante nel farsi della lezione in classe;
- Si metta la sordina al marketing pedagogico di cui la scuola è stata oggetto e vittima in questi ultimi anni, invasa e corrotta da “mode” culturali rapidamente transeunti;
- Si diano risorse certe e reali per l’attuazione della “vera” autonomia, capace di incidere sulla didattica, sulla struttura dei curricula e delle cattedre e sugli organici, non ridotta a mero terreno edificabile per la costruzione di giganteschi progettifici;
- Si restituisca ai docenti il loro status naturale di liberi professionisti della conoscenza, sottraendoli al fardello di un’asfissiante burocrazia cartacea;
- Si accordi a tutto il suo personale il riconoscimento economico che merita l’esercizio di una funzione di vitale importanza per il futuro del paese, a fronte di un efficace controllo della qualità del servizio erogato, con la creazione di un organismo di valutazione che risponda solo al Parlamento, sul modello dell’OFSTED britannico;
- Si riformino gli Organi Collegiali, nel senso di un loro snellimento e di un autentico accrescimento del loro peso decisionale nella gestione di “tutti” gli aspetti della vita delle scuole;
- Si dia vita ad un sistema nazionale pubblico di istruzione in cui potranno confluire scuole di stato e scuole paritarie, le une e le altre sottoposte a eguali, puntuali e rigorose verifiche sul rispetto e sul raggiungimento di standard e di obiettivi programmatici validi su tutto il territorio italiano e non consentendo più scorciatoie che, sotto il comodo ombrello dell’autonomia, si sono tradotte in questi anni in degrado e disuguaglianze crescenti tra le diverse regioni;
- Si abolisca il valore legale del titolo di studio, sostituendolo con un sistema di certificazione delle conoscenze effettivamente acquisite secondo i modelli già in vigore in Europa e, peraltro, accolti in linea di principio all’interno delle nuove disposizioni in merito all’obbligo di istruzione.

La Settimana dello studente si è conclusa. Felicemente?

17 febbraio 2008

Oggi, sabato 16 febbraio, si è conclusa la “Settimana dello studente” dell’Aristofane, un progetto che è stato inserito organicamente nel P.O.F. e che come tale appartiene a giusto titolo alle attività formative della scuola, delle quali è perciò necessario trarre un bilancio. I docenti lo faranno nelle sedi loro proprie (il Collegio, i Consigli di classe), ma, data la complessità organizzativa dell’iniziativa degli studenti e il suo costo in termini di tempo-scuola, ritengo sia indispensabile che la riflessione si allarghi a tutte le componenti della comunità scolastica (personale ATA, genitori, studenti). Da tale riflessione sono certo emergeranno suggerimenti, osservazioni, critiche, che ci consentiranno di meglio progettare nel futuro. Mi proverò ad offrire i primi spunti di un dialogo sul tema.

Partiamo dai punti di forza: il comportamento, la capacità organizzativa, il rispetto delle regole. Debbo dire che tutti – e in particolare il “gruppo dirigente” – hanno lavorato moltissimo, dimostrando di saper bene operare in squadra e di fronteggiare con prontezza anche gli intoppi che inevitabilmente si sono incontrati durante il cammino. Egualmente positivo e puntuale è stato il “servizio d’ordine”, che ha vigilato agli ingressi, impedendo “incursioni” non autorizzate dall’esterno e assicurando la sostanziale agibilità degli spazi comuni lungo tutto il corso della mattina. Mi piace inoltre sottolineare come il clima generale, fino alla conclusione, sia rimasto sempre sereno e cordiale, la partecipazione ai diversi corsi abbastanza sostenuta e la frequenza generale consistente pressoché per tutta la settimana. I numerosi esperti esterni, chiamati dai ragazzi a parlare sulle diverse declinazioni del tema dei diritti (Greenpeace, Nessuno Tocchi Caino, l’on.le Dario Esposito, assessore all’ambiente del Comune di Roma, l’associazione Aurora per il volontariato, un’anziana esponente del movimento partigiano, gli esperti dell’arte dei writers, tanto per citarne solo alcuni) hanno tutti elogiato gli studenti per la compostezza, l’attenzione e la correttezza della loro partecipazione.

Non ci sono stati danni di alcun tipo alle attrezzature della scuola e, seppure con qualche manchevolezza, i ragazzi si sono sempre adoperati per rimettere a posto le aule e per ripulire gli ambienti e gli spazi verdi, nonché iniziando a “restaurare” i muri esterni della scuola

Le criticità: la lunghezza del calendario delle attività e la densità forse eccessiva dei temi e delle iniziative proposte, che hanno ingenerato una qualche stanchezza, specie negli ultimi giorni. La partecipazione che, pur estesa, non ha tuttavia coinvolto tutta la scuola e in particolare non tutti i docenti, i quali hanno continuato a fare il loro “mestiere” per quei – pochi – che hanno scelto di continuare con l’attività d’aula. In estrema sintesi, personalmente traggo un bilancio positivo sul lato dell’accresciuto “senso di appartenenza” alla scuola degli studenti, fattore non di minore importanza per il rafforzamento della motivazione allo studio, ma registro altresì un’occasione mancata sul versante dell’integrazione organica di questo momento didattico con quello quello istituzionale basato sostanzialmente sull’apprendimento delle diverse discpline: penso, ad esempio, alla tante e diverse “competenze” che i ragazzi hanno messo in campo per organizzare, articolare, “temporizzare” le attività, così come alle tante e diverse “trasversalità” che i vari argomenti discussi hanno spontaneamente individuato, ma che non sono state ricondotte a sistema, conservando invece una mera dimensione parentetica.

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Claudio Salone